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Un grande amore: l’equipaggio e la sua nave

Ufficiali di Coperta su nave da crociera degli anni ’70 (Archivio Capitani Camogli)

C’è un legame a bordo che è difficile spiegare. Forse nasce da un fatto molto semplice, quasi brutale nella sua evidenza: chi è a bordo deve  – prima di tutto – la propria sopravvivenza alla galleggiabilità della nave. È qualcosa con cui si entra in relazione continua col mezzo, che reagisce a sua volta alle cure o alle trascuratezze ricevute e che conserva solida memoria degli equipaggi che l’hanno abitata.
D’altra parte, una nave senza equipaggio è destinata lentamente a degradarsi, a spegnersi, a perdere senso: questa simbiosi ha accompagnato l’anima del marinaio nel tempo. E’ lo stesso sentimento da parte nostra di quando siamo infermi a bordo, cioè quando non serviamo alla nave e “lei” ci rigetta. Succede che ci sentiamo inutili e ci chiediamo “Cosa sto facendo qui…?”

Ricordo anni fa, un imbarco a Southampton. Dovevamo prendere in consegna una nave da crociera di “seconda mano”, desolata e ferma da tempo. Del vecchio equipaggio erano rimasti gli odori, le abitudini, il modo di organizzare gli spazi, perfino il modo di “vivere” la nave. Nel giro di poche ore tutto cambiò. Gli attrezzi presero un altro posto. La sala macchine un altro ordine. La cambusa un’altra atmosfera. Il ponte un’altra logica. La stessa nave, con un equipaggio diverso, stava diventando un’altra realtà.Veliero di fronte a Camogli con personale sui marciapiedi – (Archivio Capitani Camogli)

Su un veliero camogliese dell’800, invece un equipaggio “normale” semplicemente non poteva esistere. Lei non lo permetteva. Saliscendi sui pennoni, manovre lunghe, fatica continua, nessuna automazione, nessuna ridondanza. Ogni errore aveva conseguenze fisiche e immediate. Il rapporto era chiarissimo: la nave modellava la gente di bordo. Da qui, la definizione “epoca eroica della vela”.
Salendo a bordo, non potevi restare quello che eri. O diventavi marinaio, o sbarcavi alla prima occasione. Il carattere dell’equipaggio era il riflesso diretto di quello della nave.

Oggi, su una nave da carico per esempio, il progresso tecnologico ha cambiato lo scenario. Navigazione integrata, controllo dei propulsori, gestione del carico, ridondanze e resilienze, sensori, allarmi, procedure, check list: la nave è progettata anche per proteggere l’equipaggio dai propri errori. La competenza richiesta è diversa: meno fisica, meno istintiva, ma più sistemica, più organizzativa. Se supervisionata adeguatamente, la nave può funzionare quasi “da sola”.
Ed è qui che avviene l’inversione profonda rispetto al passato: è l’equipaggio, con la sua organizzazione, a caratterizzare la nave. Si può dire che oggigiorno varie navi della stessa tipologia presentano sistemi simili per la loro gestione, per cui il controllo da parte dei nuovi equipaggi è più spedito.Navi da crociera attendono equipaggi e ospiti, anni ’80 (Archivio Capitani Camogli)

Come è noto, su certe grandi navi da crociera odierne possono convivere oltre duemila persone di equipaggio: davvero una piccola città galleggiante. È evidente che un avvicendarsi completo di personale modifichi profondamente l’identità operativa e l’atmosfera di quell’unità. E il legame equipaggio-nave è ancora più evidente. La nave è una macchina perfetta, progettata nei minimi dettagli e ciò che l’ospite percepisce in maggior misura è proprio l’equipaggio, con i suoi servizi e contatti sociali, con l’atmosfera, l’ordine, l’armonia, la sicurezza. E’ pertanto chiarissimo: il personale dà un’impronta decisiva alla nave: è un fenomeno tecnico che diventa anche antropologico. Prua di nave da crociera nei Caraibi, anni ’70  (Archivio Capitani Camogli)

In sintesi si potrebbe dire che sul veliero la nave stessa influiva notevolmente sul personale che la navigava; successivamente, sulle unità da carico moderne l’equipaggio – al contrario – le adatta ai propri compiti, salvaguardandone ovviamente la sicurezza; infine, sulle navi da crociera subentrano anche le relazioni umane e l’accoglienza.

E in questi legami antichi quanto il mondo, ne è parte sempre lui, l’immenso maestro e coordinatore silenzioso, che rende tutto possibile e necessario: il Mare!

Bruno Malatesta

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