La Società Capitani e Macchinisti Navali aveva promosso anni fa un corso di perfezionamento della lingua genovese. L’iniziativa ebbe molto successo, tanto che fu ripetuta varie volte. Si trattava di ascoltare ed apprendere termini e modi dire direttamente da noti artisti locali del calibro di Mario Peccerini e Buby Senarega.
Oggigiorno, nonostante l’intelligenza artificiale ci aiuti già a tradurre e a imparare molte lingue anche in simultanea, sorprendentemente non c’è ancora un’app che parli o insegni il genovese. Perché?
La risposta è un mix di storia, lingua e tecnologia.
1. Pochi testi e registrazioni
A differenza dell’inglese o del thailandese per esempio, il genovese non ha un grande archivio di testi e audio digitali. Le fonti principali sono dizionari storici come il Casaccia, qualche libro d’epoca e registrazioni sporadiche, forse alcune commedie dell’indimenticato Gilberto Govi. Cioè, senza abbastanza esempi, l’intelligenza artificiale fatica ad apprendere, comprendere e parlare in modo naturale.
2. Una pronuncia complicata
Il genovese poi, è parlato in modo molto particolare:
•Ha vocali diverse tra loro, aperte, chiuse o combinate (æ, ô, ò, etc.);
•Ha dittonghi e consonanti che si ammorbidiscono o scompaiono;
•Gli accenti cambiano spesso il significato delle parole.
Per questo, anche se si generasse un audio clip, senza regole precise la pronuncia rischierebbe di sembrare “italiano imperfetto” invece che genovese autentico.
3. Varietà e mancanza di standard
Inoltre, il genovese cambia da zona a zona e nel tempo. La grafia dei testi d’epoca non sempre corrisponde a quella moderna: non esiste perciò uno standard unico. Questo rende difficile creare un’app che sia comprensibile e corretta per tutti i parlanti.
4. Le sfide tecniche
Per creare un’app che traduca e parli genovese servono almeno tre cose:
a.Testi e frasi sufficienti per insegnare al modello;
b.Riconoscimento vocale per capire chi parla;
c.Sintesi vocale per restituire la risposta con pronuncia corretta.
Con il genovese, le prime due sono limitate, e la terza richiede una mappa fonetica precisa.
5. Cosa si può fare oggi
Nonostante le difficoltà, il progetto è possibile. Con le fonti storiche (come il Casaccia) e alcune regole fonetiche codificate, si potrebbe:
•costruire un prototipo che traduce parole e frasi;
•farle leggere dalla voce sintetica rispettando la pronuncia;
•aiutare chi vuole imparare o ascoltare il genovese autentico.
In conclusione, diciamo che – probabilmente – la ragione per cui non c’è ancora un’app AI in genovese non è una questione tecnologica, ma la scarsità di testi formativi disponibili, la complessità della pronuncia e la varietà stessa del dialetto.
Tuttavia, con un coraggioso progetto mirato, magari inizialmente modesto, si potrebbe iniziare a creare almeno un primo strumento utile per tutti, così da conservare vivo e intimo un segmento formidabile del nostro parlare quotidiano.=
Bruno Malatesta































