Anni fa, s’era nel bel mezzo di una cena a bordo d’una nave da crociera nei Caraibi. Considerando che a tavola c’erano alcuni docenti dell’Università di Harvard, il Comandante – persona dotta – avviò un’azzeccata conversazione. Ecco qui di seguito il contenuto.
Cena nei Caraibi…
Negli ultimi anni, mappe e punti cardinali sono tornati a far discutere, non solo tra gli esperti, ma anche nella stampa e nel dibattito pubblico. Basta pensare alle perplessità generate dall’effettiva dimensione di certi territori settentrionali: su certe carte appaiono giganteschi, eppure sappiamo che sono più ridotti. Ci chiediamo allora quanto possiamo fidarci dei nostri punti di riferimento tradizionali: il Nord, le coordinate, le prospettive con cui guardiamo il mondo.
Anche le grandi rotte oceaniche cambiano a seconda di come rappresentiamo la Terra: su un mappamondo seguono curve precise, mentre su una carta di navigazione piatta gli stessi percorsi appaiono più lunghi e difformi.
Non è perciò il mondo a cambiare: è il modo in cui lo osserviamo.
E a questo punto sorge spontanea una domanda: con tutta la tecnologia che abbiamo oggi, perché continuiamo a utilizzare sistemi diversi, con calcoli duplicati e prospettive spesso contraddittorie?
Anche se sappiamo che la Terra è tridimensionale, continuiamo generalmente a rappresentarla come se fosse piana. Le mappe non mostrano il mondo così com’è: ne offrono una versione semplificata, indispensabile e pratica per orientarci, ma che inevitabilmente lo distorce.
Questa semplificazione non nasce dalla pigrizia, ma dal bisogno di adattamento: ci aiuta a dare ordine alla complessità, a trasformare la curvatura del globo in linee più leggibili, a sostituire l’imprevedibile con ciò che possiamo controllare.
In questo senso, ogni mappa racconta qualcosa più della geografia, racconta il nostro modo di abitare e comprendere il mondo. Cioè non rifiutiamo la profondità o la terza dimensione, semplicemente sono più complicati da concepire e da coesistere.
Per chi lo ricorda, vengono in mente gli abitanti di Flatlandia, il mondo bidimensionale immaginato da Edwin Abbott a fine Ottocento: troviamo più naturale muoverci su una superficie familiare e semplice, anche se sappiamo che sotto c’è un mondo più complesso.
Ogni carta geografica implica perciò una scelta di prospettiva. Se cambiamo il Nord, cambiano le gerarchie dello spazio: terre lontane diventano vicine, continenti marginali si spostano al centro, confini apparentemente naturali si rivelano evidenti convenzioni. Ogni mappa è una negoziazione tra verità e utilità.
E forse il problema va oltre la forma del mondo: riguarda l’origine delle coordinate. Nord, Sud, Est e Ovest sono convenzioni potenti, ma non coincidono con il modo in cui viviamo davvero lo spazio. Quando osserviamo la Terra, tendiamo a pensarla attorno a un unico centro, come se ci fosse un punto fisso da cui tutto dipende. È così che impariamo la geografia: il Nord in alto, una mappa centrata su un continente, le coordinate fissate secondo convenzioni comuni.
Ognuno ha la sua prua…
Oggi, però, si fa strada l’idea che ciascuno di noi sia il centro del proprio sistema di riferimento. Ognuno si muove e percepisce lo spazio partendo da sé stesso. Per esempio, ciò che è a “prora” per un marinaio può essere “a poppa” per un altro su una nave differente. Oppure le distanze tra due città cambiano a seconda del percorso scelto, la percezione di vicinanza o lontananza varia con il mutare del nostro punto di osservazione.
In altre parole: mentre il mondo teorico sembra avere un unico nucleo, la nostra esperienza lo attraversa come se ne avesse infiniti, uno per ciascuno di noi. Il sistema di riferimento personale diventa così probabile, ma come sappiamo, non basta per essere compresi — né per socializzare davvero.
Alla fine, la vera questione non è decidere se pensare il mondo piatto o tridimensionale. È piuttosto trovare l’equilibrio tra verità e abitabilità, tra ciò che il mondo è e ciò che possiamo permetterci di comprendere.
Come il marinaio che oscilla tra la rotta più breve, ma più complessa, e quella più lunga, ma più semplice da seguire, anche noi oscilliamo tra difficoltà e semplificazione, tra profondità e superficie.
“E resta una domanda aperta, come una rotta che si perde verso l’orizzonte!” disse l’arguto Comandante agli autorevoli commensali. E si chiese:
“Quanto del vero mondo siamo davvero disposti a vedere, e quanto invece preferiamo trasformarlo in una mappa?”.=
Bruno Malatesta
































