Che la mia scuola fosse speciale lo avevo capito subito. Fu proprio questa sensazione a farmi scegliere senza esitazione l’Istituto Nautico. Nei programmi e perfino nei compiti in classe c’era qualcosa di diverso rispetto ad altre realtà: non era il percorso di un perito elettrotecnico né quello di un liceale. Bastava leggere l’inizio di un problema: «Una nave parte da Yokohama, in Giappone, e dirige per San Francisco, in California…»
A quel punto partivo anch’io, con la mente, attraverso l’immensità dell’Oceano Pacifico, verso la California con i miei idoli del tempo, Byrds e Beach Boys. Mentre tracciavo rotte e risolvevo problemi di astronomia nautica per verificare quel viaggio, la mia immaginazione andava oltre il foglio protocollo, verso uno dei mestieri più affascinanti del mondo.
Così, su quei banchi di una celebre scuola di Camogli, un po’ di mare riusciva a entrare. Lo faceva attraverso carte nautiche, squadrette e tavole di calcolo, che richiedevano la stessa attenzione che si dedicava alle verifiche di Navigazione, la materia fondamentale dei nostri studi.
Già allora le classi più avanti visitavano aziende legate allo shipping: imprese che si occupavano di operazioni marittime, di macchine navali o di costruzioni in cantiere. A volte si partecipava anche a brevi crociere di istruzione nel Mediterraneo. Tutte queste esperienze erano una specie di primo contatto con il lavoro a bordo, una forma iniziale di stage.
Non sempre però bastava. Lo capii da un episodio raccontato da un mio caro amico e collega, che in seguito diventò comandante su importanti navi da crociera. Un giorno, tornato a casa dopo il suo primo imbarco, mi disse sorridendo:
«Caro Bruno… pensa che la prima sera di guardia sono entrato in plancia. Era tutto buio e io cercavo preoccupato l’interruttore della luce!»
Questo aneddoto fa capire che, per varie ragioni, tra la preparazione teorica e la vita reale di bordo poteva esistere ancora un certo divario.
Nel passato, sui velieri dell’Ottocento, la situazione era molto diversa: i ragazzi iniziavano prestissimo a navigare e imparavano il mestiere direttamente sul mare. Oggi i tempi sono cambiati, ma resta comunque fondamentale quell’equilibrio tra banco di scuola e coperta di una nave.
Poi, negli anni ’90, con l’introduzione dei sistemi di qualità, sicurezza e security, comparvero insieme le check list, cioè elenchi di controlli da seguire nelle diverse situazioni operative o di emergenza. Questo metodo, già utilizzato nell’aviazione, serviva a standardizzare le procedure di risposta e a ridurre il rischio di errori.
Si può perciò affermare che il lavoro del navigante si basa anche oggi su quei due elementi fondamentali: teoria e pratica.
Per rendere questi aspetti più uniformi nella formazione di tutti gli ufficiali, anche le scuole nautiche hanno adottato da tempo gli standard internazionali della convenzione STCW, che regolano la formazione e la tenuta delle guardie a bordo. L’obiettivo è quello di insegnare la stessa base professionale a studenti provenienti da scuole diverse.
Ed è proprio in questa direzione che va un recente provvedimento: il Decreto Ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026. Questa legge introduce alcune novità importanti per gli istituti nautici, con l’obiettivo di avvicinare ancora di più la scuola alla realtà del lavoro marittimo.
Tra le principali novità troviamo:
• l’Unità di Apprendimento: attività di studio basate su problemi tecnici reali di bordo, da affrontare anche con esercitazioni pratiche;
• l’insegnamento di una materia tecnica in lingua inglese, la lingua internazionale della navigazione;
• accordi educativi stabili tra scuole e aziende, per favorire esperienze pratiche e orientare gli studenti verso specifici settori del lavoro marittimo.
Al termine del percorso scolastico sarà inoltre più semplice accedere alle Accademie del Mare, strutture che permettono di continuare gli studi e iniziare gli imbarchi in collaborazione con compagnie di navigazione e istituzioni.
In questo modo il futuro ufficiale di Coperta o Macchina potrà iniziare la sua carriera con una preparazione ancora più completa. Non bisogna dimenticare, infatti, che quella del navigante è una delle professioni più qualificate nel mondo del lavoro: richiede continui corsi di aggiornamento, verifiche professionali e un alto livello di responsabilità.
Tutto ciò almeno nelle intenzioni dei legislatori; si inizierà dalle prime classi dell’A.S. 2026-27 per poi espandersi alle altre; vedremo. Certo è che oggi l’ambiente professionale di bordo ha assunto una dimensione sempre più globale, come dimostrano proprio le misure introdotte da questo decreto. E perciò è fondamentale che scuola, formazione e mondo del lavoro rimangano strettamente interconnessi. Solo così sarà possibile mantenere ai livelli più alti gli standard dei nostri ufficiali e rendere competitiva, nel panorama internazionale, la loro preparazione.=
Bruno Malatesta
































