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Cinque polene raccontano

Sulle polene è stata scritta una quantità notevole di materiale. Non stupisce: un idolo già presente sulle navi e che oggi non compare più sulle grandi prore suscita naturalmente interesse e curiosità. La loro scomparsa ci suggerisce che la funzione scaramantica di queste figure sia venuta meno, ma ciò non riduce il fascino della loro storia. Erano simboli di antiche credenze e, più in generale, testimoni del singolare rapporto tra marinai e imbarcazione.
Anche se sulle navi pre-ottocentesche le donne non erano praticamente ammesse a bordo, la polena femminile era comunque considerata vettrice di buon auspicio per la navigazione. Non sorprende, perciò, che ogni tentativo di eliminarla da parte dei vari ammiragliati incontrasse la ferma opposizione degli equipaggi. Una vicenda raccontata nei porti inglesi, forse leggendaria, narra di un giovane marinaio che, durante i tedi dei lunghi imbarchi, si invaghì della polena della sua nave! Le conversazioni notturne, le cure dedicate alla pitturazione e alla stuccatura della figura, persino il seguirla in cantiere quando la nave venne demolita, rivelano quanto forte fosse il legame tra uomo e figura scolpita: un legame sospeso tra affetto, superstizione e devozione.
Non sorprende allora che, nel linguaggio marinaresco, la nave sia spesso considerata una “lei” e che la femminilità delle polene abbia probabilmente contribuito a questa identificazione. Tuttavia, come è noto, esistono anche polene maschili o raffigurazioni di animali – alcuni reali, altri fantastici – che confermano la varietà, la creatività e soprattutto il simbolismo di questi ornamenti.

In una luce del tutto nuova, oggi desideriamo osservare cinque polene particolari, vicine a noi, trattandole però come esseri vivi. Lasciamo che ci raccontino in prima persona la loro esperienza: rappresentare la propria nave, affrontare il mare, testimoniare il passaggio del tempo. Si tratta cioè di catturare l’essenza della polena-persona, come se avesse memoria, emozioni e consapevolezza del mare e degli uomini che l’hanno accompagnata.

La polena del “Nuovo Bernardo”Mi chiamano semplicemente “la polena del Nuovo Bernardo”, ma io ho vissuto più di quanto molti marinai possano immaginare. Vidi la luce nel 1876, scolpita per un brigantino a palo camogliese e affidata agli armatori De Gregori, ramo “Lordò”. In oceano, ho visto onde che sembravano montagne e piovaschi che ti trapassavano fino all’anima. I marinai stringevano le mani sul mio legno con affetto, mi lucidavano, mi proteggevano come una compagna di viaggio, e io li guardavo con una punta di gelosia perché loro ridevano, parlavano, scherzavano… io invece ero costretta a restare ferma, muta, con le intemperie che mi frustavano il viso.
C’è chi dice che io rappresenti la primogenita dei miei armatori, colei che accettò infine di sposare un giovane da loro respinto… era un giovane  disperato, che aveva tentato il suicidio. Io non so se quella storia fosse vera, ma mi piace pensare che, in qualche modo, custodissi anche il suo cuore e i suoi segreti.
Poi arrivò la tempesta. Capo Hatteras, Stati Uniti. Il cielo era nero, le onde urlavano e io ero lì, immobile, con i miei possenti masconi a sfidare l’oceano. E tutto finì. La nave scomparve, io con lei, portando con me sul fondo la memoria di ogni risata, di ogni paura, di ogni sogno di chi navigava al mio fianco.
Ancora oggi, se qualcuno sapesse ascoltarmi, racconterei loro ciò che significa davvero essere una polena: avere coraggio, essere testimone di storie d’amore e di tempesta, e non smettere mai di guardare l’orizzonte, anche quando tutto intorno sembra perduto.

La polena del Museo Marinaro di CamogliChiedo scusa, non ho mai rappresentato navi camogliesi in tempeste o avventure. La mia casa era una goletta in ferro a fine Ottocento, robusta, fiera e lontana dai racconti epici dei velieri.
Fui donata al Museo Marinaro di Camogli dalla famiglia di un uomo che tanto aveva fatto per quella struttura; così iniziò la mia seconda vita. Per molto tempo sono stata sommersa nei Mari del Sud, con il legno infestato dalle teredini e il cuore pieno di silenzio. Ma anni fa qualcuno si prese cura di me: fui restaurata, coccolata, lucidata… un vero trattamento di alta cosmetica per una polena!
Tornata al Museo, sentii subito che mi trattavano con affetto, quasi fossi una “camoglina”. Ora, anche se non ho mai sfidato tempeste, custodisco storie di legno e sale, ascolto i visitatori curiosi e, in silenzio, ogni giorno continuo a respirare un po’ di mare. 

La polena del DragōnMi chiamano Dragōn, e sì… sono un drago, dorato e orgoglioso, che guarda spesso il mare di Camogli. Non sono un semplice ornamento: sono stato scolpito per portare con me il cuore e l’orgoglio di una Città intera, la sua storia sul mare e, soprattutto, le luci delle notti estive.
Sono nato dalle mani di Ido Battistone e dei suoi amici; il mio varo fu una festa di applausi, bandiere e lacrime di gioia. Da allora, ho sfidato onde piccole e grandi, venti capricciosi e giornate di Sole accecante. Ho remato e veleggiato, ho partecipato a regate e a eventi sacri, sempre con un solo pensiero: rappresentare Camogli, il sua tradizione, la sua memoria.
Mi piace quando, durante la festa della Stella Maris, porto il parroco verso la Punta Chiappa e le torce accendono la notte. Vedo le luci dei lumini galleggiare sull’acqua e sento che, in quel momento, tutti gli occhi e i cuori della città sono con me e con i miei remi. È allora che capisco davvero chi sono: non un semplice drago di legno, ma il simbolo vivo di Camogli, testimone delle sue storie, delle sue gioie e della sua determinazione.

La polena del Cutty SarkMi chiamano Nannie Dee, eppure non sono solo una scultura in legno: sono l’anima del Cutty Sark, una delle navi a vela più veloci dei mari perchè doveva trasportare il tè.
Sono apparsa da un poema dove ero una giovane strega che ballava, agile e sfuggente, vestita solo della “cutty sark”, la sottoveste. Ho in mano la coda del cavallo dell’uomo che aveva spiato la mia danza e che riuscì a sfuggire. Chi avrebbe detto che quell’episodio sarebbe finito scolpito su una nave, tra risacca e buriane?
Nel tempo sono stata danneggiata, restaurata, sostituita, ma ogni nuova scultura di me ha cercato di catturare la mia essenza.
Ancora oggi, sono qui a Greenwich, fiera sulla prua di questa splendida nave a vela che rappresenta una parte della storia di una grande Paese marinaro e sono ammirata da innumerevoli appassionati di mare.

La polena dell’Amerigo VespucciMi chiamano Amerigo Vespucci, ma ora non sono l’uomo che scoprì tante terre,  sono bensì la sua immagine scolpita nel 1931, dorata e viva, che domina la prua di questa nave formativa della Marina Militare.
Il mio sguardo scruta però l’orizzonte come faceva lui e porto con me la memoria dei suoi viaggi nel Nuovo Mondo. Ho visto giovani diventare marinai, affrontare burrasche e imparare a governare questa meraviglia di legno e oro. Pioggia, sole e sale mi accarezzano ogni giorno e il mio compito è lo stesso: guidare lo sguardo verso il mare e custodire storie di scoperta, coraggio e pace.
Io, Amerigo Vespucci, non sono perciò solo un ornamento: sono anche la voce del navigatore e rappresento  il coraggio dei marinai e la storia viva della Marina Italiana. Sono pronto a sfidare le onde con chi ha il cuore per ascoltarmi e soprattutto l’orgoglio di essere imbarcato sulla nave che qualcuno ha definito “la più bella del mondo”!

Epilogo

C’è un contrasto, nelle polene, che continua a commuovere: la fragilità del legno e la forza del simbolo, il silenzio della scultura e la potenza delle storie che custodisce. Ogni polena, che sia donna o uomo, drago o strega, marinaio o condottiero, porta in sé un messaggio universale: che il mare non è mai soltanto acqua e vento, ma anche memoria, fede, paura e desiderio. In ultima analisi si può affermare che ogni polena non impersona soltanto il personaggio che raffigura, bensì la nave stessa, con la sua storia, il suo equipaggio, le traversate e le insidie della natura. È la sintesi in legno di un intero destino marinaro, il volto che la nave offre al mare e al tempo.
E le polene sono infine le voci mute delle navi. Con i loro occhi fissi sull’orizzonte, ricordano a chi le osserva che la navigazione stessa è un atto di coraggio e di speranza.=

Bruno Malatesta

(- immagini Archivio Capitani Camogli;
– notizie tratte da Wikipedia e da “Soprannomi-Nomiaggi dei Capitani Armatori di Camogli” di Pro Schiaffino).

 

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