Il piroveliero “Croesus” che naufragò nella baia di San Fruttuoso nel 1855
Nell’immaginario di oggi la vela rischia, a volte, di sembrare poco più che un’icona poetica: qualcosa da fotografare, da esibire sulle navi-scuola o da associare ai nostalgici del “mare com’era”. Eppure chi il mare lo vive davvero — per lavoro, per sport o per semplice passione — sa che non è così. La vela non è il passato del mare: è la sua matrice. È il codice sorgente su cui si è costruita ogni altra forma di navigazione. Il vapore, il diesel, l’elica, i moderni sistemi ibridi: tutto è nato sulla base di quella cultura più antica, fatta di sensibilità, osservazione, intuito e rapporto diretto con gli elementi.
Forse anche per questo le navi ibride dell’Ottocento non ci paiono strane o goffe, con le loro vele affiancate da ruote a pale o prime eliche. Al contrario, ci sono familiari: erano il ponte naturale tra due mondi, il modo in cui l’uomo ha accolto l’innovazione senza recidere il legame con le onde e con la loro lingua millenaria.
Due ibridi celebri della Spedizione dei Mille: “Piemonte” e “Lombardia”
Il piroveliero “Piemonte” che partecipò alla Spedizione dei Mille del 1860
In Italia, gli esempi più noti di questa stagione tecnica sono il Piemonte e il Lombardia, della flotta Rubattino, protagonisti della Spedizione dei Mille nel 1860. Erano navi che raccontavano perfettamente la loro epoca:
•scafi dalle linee ancora veliche, con prora affilata e impostazione da veliero costiero;
•ruote a pale laterali, derivate dai battelli fluviali ma adattate al Mediterraneo;
•armamento velico presente almeno in forma ausiliaria.
La loro fama storica tende a oscurarne il valore tecnico. In realtà Piemonte e Lombardia erano mezzi estremamente efficaci: veloci, agili e capaci di non dipendere più completamente dal vento, senza però rinunciare alle sue opportunità.
Il “Singapore”: un ibrido di generazione successiva
Il piroveliero “Singapore”, nei primi anni di attività
Qualche anno dopo, sempre la Rubattino varò un’altra unità mista, più moderna: il Singapore. Di questa nave possediamo un prezioso piano dell’elica datato 1880, che mostra bene il salto tecnologico rispetto ai pirovelieri precedenti.
Piano di installazione dell’elica del piroveliero “Singapore” (1880 – archivio Eugenio Bruno Bolleri)
Il Singapore abbandona le ruote laterali in favore dell’elica — ormai maturata — ma conserva la prora dalle forme veliche, quasi fosse un omaggio alle proprie origini. È una nave che guarda avanti, ma senza cancellare ciò da cui proviene. La possibilità di imbarcare un’armatura velica ausiliaria non era un vezzo romantico: era tecnica pura, ridondanza, autonomia, economia. Curiosamente, però, in servizio la nave non usò praticamente mai le vele. Segno evidente che la transizione stava accelerando e che il ruolo della propulsione ausiliaria stava cambiando direzione.
L’ibrido non scompare mai
Il vascello “Amerigo Vespucci” della Marina Militare Italiana in passaggio a Camogli (archivio Capitani Camogli)
La storia della tecnica è chiara: nelle fasi di cambiamento, l’ibrido è la norma, non l’eccezione. È accaduto quando si passò dalla vela al vapore, accade oggi tra termico ed elettrico, accadrà domani con le propulsioni del futuro. Sul mare, poi, l’ibrido dura per forza più a lungo. Il mare non fa sconti: richiede ridondanza, sicurezza, capacità di cavarsela in qualunque condizione. L’ingegnere lo comprende, il comandante lo pretende, il marinaio lo apprezza subito. Ancora oggi molte imbarcazioni scelgono consapevolmente la doppia propulsione.
L’esempio più noto è l’Amerigo Vespucci, nave-scuola della Marina Militare: la vela è lo strumento di formazione per eccellenza, ma la propulsione meccanica garantisce sicurezza e manovrabilità.
Ci sono poi ibridi “funzionali”: navi moderne progettate con sistemi secondari indipendenti, per garantire il safe return to port. E infine yacht che combinano vela, diesel ed elettrico, unendo economia, autonomia e flessibilità.
L’ibrido, insomma, non è nostalgia: è buon senso.
Per concludere
Ogni epoca di transizione crea mezzi che appartengono a due mondi. Le navi ibride dell’Ottocento furono il primo grande tentativo di conciliare tradizione, modernità ed esigenze pratiche. I loro discendenti — dagli yacht ibridi alle golette didattiche fino alla Vespucci — dimostrano che questo spirito non si è mai spento.
E se oggi il mare è dominato da motori potenti, resta vero che la vela è ancora la grammatica del mare, la base su cui si costruisce tutto il resto. È la scuola più autentica: quella che insegna a sentire il vento, a leggere l’onda, a prevedere ciò che sta per accadere. È ciò che rende davvero marinai.
Tre navi ibride: da sn: il “Singapore”, il “Piemonte” e il “Croesus”
Per questo gli ibridi, ieri come oggi, non sono compromessi, al contrario, sono ponti intelligenti, creati per tenere unito ciò che il mare ci ha insegnato e ciò che dobbiamo ancora imparare.=
Bruno Malatesta































