Estratto dell’atto notarile del 1866 relativo alla quietanza per costruzione di un veliero dell’armatore Domenico Ferrari (archivio Eugenio B. Bolleri)
Andiamo nel 1866, a Genova, in via San Luca, nello studio del notaio Giuseppe Queiroli, molto conosciuto all’epoca per le sue competenze ed attività in ambito marittimo. In una fredda giornata di febbraio, nello studio del legale siedono Nicolò Cerruti, responsabile del Cantiere Navale di Varazze, e Domenico Ferrari, armatore camogliese. Il motivo dell’incontro è la firma dell’intento per la costruzione di un nuovo bastimento che sarebbe impostato proprio a Varazze.
Studio di Notaio marittimista, fine ‘800
Domenico Ferrari è ricordato a Camogli non solo come un abilissimo capitano e imprenditore marittimo, ma anche come benefattore della città: sua è, ad esempio, l’iniziativa per la costruzione della Piccola Casa di Provvidenza, destinata all’assistenza delle figlie di naviganti deceduti in mare. Anche la moglie, Felicina Casabona, proveniente da una delle più rilevanti famiglie armatoriali camogliesi, ebbe un ruolo decisivo nella fondazione dell’Ospedale Civico “SS. Prospero e Caterina” di Camogli a fine Ottocento.
L’Ospedale Civico di Camogli negli anni seguenti la sua inaugurazione
Davanti al notaio, Ferrari presenta la lista dei 18 caratisti, cioè i comproprietari della nave in costruzione. Il sistema della caratura, a Camogli, era perfetto per sostenere l’economia locale: permetteva di partecipare all’impresa navale sia a chi disponeva di grandi capitali, sia a parenti, artigiani o marinai imbarcati sulla nave stessa. La proprietà – e il rischio d’impresa – era divisa in 24 carati, che potevano essere ulteriormente suddivisi in frazioni per consentire la partecipazione anche a investitori medi e piccoli.
Capitano di veliero ottocentesco
Così, per esempio, lo stesso Domenico Ferrari possiede un solo carato, mentre il capitano Giacomo Vaccarezza arriva a 11 carati e 2/4 (oggi diremmo 11,5), quota che gli conferisce il titolo di capo carati. In teoria, chi possedeva 12 o più carati veniva riconosciuto come armatô, ma possiamo supporre che Ferrari fosse considerato tale per prestigio e ruolo, pur avendo una quota minima.
Il veliero “Casabona” costruito nel 1868, appartenente alla famiglia della consorte di Domenico Ferrari (dipinto conservato al Civico Museo Marinaro G.B. Ferrari di Camogli)
Tra i diciotto comproprietari compaiono nomi di vario tipo: non solo camogliesi, ma anche artigiani, banchieri, mercanti e forse qualche “parvenu” che aveva fiutato l’occasione di investire nel traffico marittimo. È presente anche un Casabona, quasi certamente parente della moglie del Ferrari, oltre a un nostromo e a diversi marinai. Questa varietà di figure dà un’idea chiara di quanto l’impresa navale sostenesse l’intero tessuto economico di Camogli.
Estratto dell’atto notarile del 1866 relativo alla costruzione del veliero di Domenico Ferrari: lista dei caratisti (archivio Eugenio B. Bolleri)
Immaginiamo ora che Vaccarezza, già capo carati, fosse poi nominato capitano della nave: è evidente che avrebbe avuto un interesse diretto nella buona gestione del bastimento, dal consumo delle provviste di bordo alla prudenza in navigazione, dai rischi delle tempeste a eventuali disordini dell’equipaggio. Aveva quindi voce in capitolo, così come – in misura minore – tutti gli altri caratisti.
Riunione di caratisti a fine ‘800
Di cosa discutevano, concretamente, questi proprietari? Le riunioni potevano anche diventare animate: si parlava della scelta o conferma del capitano, dei principali lavori di bordo, delle trattative di nolo e naturalmente dei possibili guadagni – i noli delle merci, i premi assicurativi per viaggi particolari, eventuali compensi da salvataggi o assistenze. Non mancavano i temi meno piacevoli: manutenzioni, carenaggi, spese legali e amministrative, fino alle perdite in caso di naufragio. Tutto era ripartito pro-quota, proporzionalmente alla proprietà di ciascuno.
L’armatore s’accorda col capo cantiere sui dettagli del veliero in costruzione
È facile immaginare che all’interno del consiglio di caratura non mancassero, talvolta, divergenze o attriti. Ma l’ambiente camogliese rimaneva comunque fondamentalmente sano: un intreccio di professionisti, colleghi e famiglie che condividevano un obiettivo comune. Ed è probabilmente grazie a questo tessuto coeso che l’armamento velico di Camogli riuscì a prosperare così a lungo.=
Bruno Malatesta
(La documentazione dell’atto notarile relativa al contratto di costruzione del 24 febbraio 1866, è stata gentilmente messa a disposizione dal sig. Eugenio Bruno Bolleri)































